Finanziarsi dal proprio Trust o concedersi uno stipendio? Una riflessione.
Nel dibattito sulla pianificazione patrimoniale avanzata pochi temi accendono l’immaginazione quanto questo: perché pagarsi uno stipendio tassato quando si può prendere in prestito dal proprio trust?
La risposta, per chi propone questa architettura, è semplice e seducente: il prestito non è reddito, non genera imposte e può essere strutturato in modo da risultare fiscalmente efficiente lungo tutto l’arco della vita.
Il punto interessante non è tanto l’idea in sé quanto il ragionamento fiscale che la sostiene.
Stipendio: fiscalmente certo, economicamente costoso
Lo stipendio è la forma più trasparente di remunerazione ma anche la più onerosa: concorre immediatamente al reddito imponibile,
subisce tassazione progressiva, attiva contributi, è interamente “consumato” fiscalmente nel momento in cui viene percepito.
Dal punto di vista della liquidità netta disponibile lo stipendio è un meccanismo efficiente solo per il Fisco.
Prestito dal trust: liquidità senza imposizione immediata
Il prestito invece, poggia su una differenza concettuale fondamentale: non è reddito.
Il denaro preso in prestito: non è tassato al momento dell’erogazione, non aumenta il reddito imponibile, non genera contributi, non è qualificato come compenso.
Dal punto di vista del beneficiario l’effetto economico immediato è identico allo stipendio (liquidità disponibile) ma il trattamento fiscale è radicalmente diverso.
Questo è il primo, vero vantaggio teorico: accesso a capitale senza imposizione.
Gli interessi: costo deducibile (in teoria)
Il secondo elemento spesso citato riguarda gli interessi sul prestito.
Se il prestito è strutturato formalmente: con un tasso, con un contratto, con obbligo di restituzione, gli interessi pagati dal beneficiario possono essere qualificati come costo.
In alcuni ordinamenti e in specifici contesti ciò significa: riduzione della base imponibile, compensazione con altri redditi, ulteriore efficientamento fiscale.
Il paradosso apparente è evidente: si utilizza denaro non tassato e si deduce il costo del suo utilizzo.
Il tempo come alleato fiscale
Il cuore della strategia non è l’elusione immediata ma il tempo.
Il prestito: rimane aperto per anni, non viene restituito durante la vita, continua a figurare come debito verso il trust.
Nel frattempo, il beneficiario utilizza la liquidità come se fosse reddito ma senza subirne la tassazione diretta.
La restituzione finale: alla morte non prima
Il passaggio più delicato e più citato dai sostenitori di questa impostazione è la chiusura del cerchio:
il prestito viene restituito alla morte del beneficiario, il rimborso avviene tramite asset, non tramite liquidità, tali asset confluiscono nel trust.
Secondo questa lettura il trasferimento degli asset: estingue il debito, riporta valore nel trust e non genera un evento reddituale immediato per il beneficiario deceduto.
Il risultato teorico è elegante: liquidità goduta in vita, patrimonio che rientra nel trust a fine ciclo senza passare per una tassazione ordinaria da reddito.
Dove l’eleganza incontra il problema
Il punto critico non è uno solo ma concettuale: tutto questo funziona solo se il prestito è davvero un prestito.
Un’operazione di questo tipo regge finché:
- esiste un’obbligazione reale di restituzione,
- il trust ha interesse economico a farsi rimborsare,
- il beneficiario non dispone del trust come fosse un conto personale,
- la restituzione non è una finzione ex post.
Se l’intenzione sostanziale è quella di non restituire mai durante la vita e di non subire mai un rischio reale di escussione il prestito perde la sua natura giuridica. A quel punto, per il Fisco, non è più un prestito: è reddito differito, compenso mascherato o distribuzione occulta.
Il principio che governa tutto: la sostanza economica
In quasi tutti gli ordinamenti evoluti vale lo stesso principio anche se con nomi diversi: la sostanza prevale sulla forma.
Nessuna struttura contrattuale sopravvive se: produce arricchimento definitivo, non comporta un rischio reale per il creditore, non ha una logica economica autonoma.
Ed è qui che il vantaggio fiscale apparente può trasformarsi in un boomerang: riqualificazione, recupero d’imposta, sanzioni, interessi.
Il vero insegnamento
Questa architettura affascina perché mostra quanto la fiscalità sia una disciplina di definizioni non solo di aliquote.
Ma dimostra anche l’opposto: più un’operazione promette di eliminare del tutto l’imposizione, più richiede una coerenza giuridica assoluta.
Il prestito dal trust può essere uno strumento legittimo di pianificazione. Non è una bacchetta magica. Quando viene usato come tale, smette di essere pianificazione e diventa un caso da manuale per gli accertatori.
Nel mondo reale il trust non funziona perché evita le tasse ma perché regge quando qualcuno lo contesta e questo, più di ogni risparmio immediato, è il vero vantaggio fiscale di lungo periodo.
DISCLAIMER lo scopo di questi articoli non è offrire una consulenza legale o fiscale ma alcuni esempi degli argomenti che vengono trattati alle riunioni di Business Roundtable

